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  • Il know-how italiano in aiuto alla Serbia

    Il nuovo Ministro delle Risorse minerarie e dell’energia serbo, la professoressa Zorana Mihajlovich, ha annunciato la preparazione di un nuovo Piano nazionale per l’energia e il clima al 2050 che includerà l’armonizzazione con tutti gli standard internazionali. Tre le linee che saranno alla base di questo piano: l’istituzione di una Direzione per l’efficienza energetica, lo sviluppo di centrali idroelettriche di medie e grandi dimensioni e la costruzione di centrali a gas per la produzione di elettricità e di calore. La Serbia - che se non chiuderà le proprie centrali che usano carbone di lignite di qualità più bassa rischia di incorrere in sanzioni economiche - ha chiesto aiuto al nostro Paese per uno scambio di know-how in modo da favorire anche nuovi investimenti privati. “Per il settore energetico serbo – ha dichiarato Zorana Mihajlovich - sarà un anno importante. Vogliamo fare di più per la transizione energetica e ci accingiamo quindi a varare una legge completamente nuova riguardante le fonti rinnovabili”. “Riteniamo necessaria l’integrazione dei mercati e delle economie regionali – ha affermato Carlo Lo Cascio, ambasciatore italiano in Serbia - specie l’integrazione del mercato dell’energia elettrica. La cooperazione bilaterale serbo-italiana è buona: nel 2020 abbiamo operato scambi per oltre tre miliardi di euro e continueremo a offrire il nostro supporto”. Il nuovo Piano energetico serbo punterà inoltre all’efficientamento energetico, in modo di ridurre il consumo di energia che in Serbia è da quattro a cinque volte superiore alla media UE.

  • Teleriscaldamento: pubblicata la nuova edizione dell’AnnuarioAIRU

    366 milioni di metri cubi di edifici riscaldati, 11.234 GWh/anno termici consegnati all’utenza, 0,5 Mtep risparmiati (in termini di energia primaria) e minori emissioni pari a 1,7 milioni di tonnellate di CO 2 evitate. Questi i numeri del teleriscaldamento in Italia riportati sulla nuova edizione dell’Annuario AIRU Il Riscaldamento urbano. Completo delle schede tecniche di dettaglio relative a oltre 180 reti presenti sul territorio italiano, l’Annuario rappresenta un vero e proprio Atlante del teleriscaldamento in Italia ed è anche uno strumento operativo di importanza strategica sul territorio per pubblici amministratori, energy manager, pianificatori, amministratori di condominio. Scorrendo i dati, sono 209 i comuni che ospitano le 250 reti censite, che diventano 413 con quelle di piccole e piccolissime dimensioni, per una estensione totale di tracciato di circa 4.551 km e un trend di sviluppo del 2,9 per cento. Evidente il passo in avanti segnato dal ricorso al recupero industriale, che in valori assoluti passa da 2.090 tep a 5.086 tep. Un ulteriore dato che dimostra come il teleriscaldamento possa essere la soluzione tecnologica più adatta anche nelle aree industriali, per riutilizzare il calore altrimenti disperso in un percorso virtuoso di economia circolare, efficienza energetica e sostenibilità ambientale. Nonostante alcune timide nuove iniziative, il contributo del teleriscaldamento al sistema energetico italiano potrebbe però essere maggiore se supportato da politiche coerenti con gli obiettivi di decarbonizzazione e di efficienza energetica previsti dal PNIEC e dal Green Deal europeo. “Sappiamo che le città – scrive Ilaria Bottio, Segretario generale di AIRU – saranno il luogo dove la maggior parte degli obiettivi che la UE si è posta possono essere meglio raggiunti e sviluppati. Ambiti nei quali il teleriscaldamento efficiente può contribuire in modo significativo alla sostenibilità ambientale, alla riduzione dei consumi e all’efficienza energetica”.

  • Ripresa economica (auspicata) e CO 2; quali scenari?

    Il 2020 ha rappresentato per le economie mondiali un anno di crisi. Probabilmente la più importante del dopoguerra, con un calo delle produzioni, dei consumi e dei trasporti. Calo che ha avuto come contraltare una diminuzione delle emissioni di CO 2 . Un successo non cercato e tantomeno voluto. Con una (auspicata) ripresa economica e una diminuzione delle restrizioni connesse alla pandemia, si prevede quindi un possibile nuovo aumento delle emissioni climalteranti. Basato su queste due ipotesi, l’ultimo Short Term Energy Outlook dell’EIA (US Energy Information Administration) prevede che negli Stati Uniti, nel 2021 e 2022, le emissioni di CO 2 connesse all’energia riprenderanno a salire. Dopo essere diminuite dell’11,1 per cento nel 2020, l’EIA stima che le emissioni totali di anidride carbonica legate all’energia aumenteranno del 4,7 per cento nel 2021 e del 3,2 per cento nel 2022. Anche con la prevista crescita nei prossimi due anni, le emissioni nel 2022 sarebbero comunque inferiori del 3,9 per cento rispetto ai livelli del 2019. Quelle legate all’energia sono ovviamente connesse anche al mix di combustibili usati; sempre nell’ultimo Short Term Energy Outlook, l’EIA stima che il consumo globale di petrolio e combustibili liquidi nel 2020 sia stato in media di 92,2 milioni di barili al giorno, in calo di 9 milioni di barili/giorno rispetto al 2019. È prevista una crescita di 5,6 milioni di barili al giorno nel 2021 e 3,3 milioni di barili al giorno nel 2022. Anche il carbone nel 2021 vedrà crescere la produzione del 12 per cento, a causa dell’aumento (+41 per cento) dei prezzi del gas naturale che renderanno il carbone più competitivo nel settore della generazione di energia elettrica. Produzione di carbone che salirà, sempre secondo le stime della EIA, a 628 milioni di tonnellate nel 2022.

  • Al minimo storico i costi della bolletta in Nuova Zelanda

    La chiusura forzata nelle proprie abitazioni per cercare di frenare il diffondersi della pandemia ha causato, a livello globale, un aumento dei consumi di energia elettrica nel mercato domestico. Non ha fatto eccezione la Nuova Zelanda, dove però si è assistito anche a una diminuzione dei prezzi. In particolare, nell’ultimo trimestre del 2020 il costo medio della bolletta per i neozelandesi ha toccato il minimo storico degli ultimi 10 anni. I dati più recenti forniti dal Ministry of Business, Innovation & Employment (MBIE) riportano una riduzione media della bolletta energetica domestica di circa 126 dollari/anno (circa 75 euro) rispetto al costo medio di cinque anni fa. Basata su un consumatore con un utilizzo di 22 kWh al giorno, l’analisi ha stimato un costo medio annuo di 2.113 dollari neozelandesi (1.247 euro) per un consumo di elettricità totale di 8.000 kWh. “A livello nazionale – ha dichiarato Daniel Griffiths, manager of Markets, Evidence and Insights di MBIE – nonostante un aumento dei consumi domestici, la domanda di elettricità totale è diminuita del 2 per cento rispetto allo stesso trimestre dell’anno precedente”. Lato produzione, nell’ultimo trimestre del 2020 l’elettricità generata dal carbone è aumentata del 39 per cento rispetto allo stesso periodo del 2019 e quella da gas del 13 per cento. Inversamente, la quota generata da fonti rinnovabili è stata del 77 per cento, in calo rispetto all’81 per cento dello stesso periodo dell’anno precedente.

  • Be Happy! Il felice approdo della “Monte Bianco”

    La maxi turbina GT36 di Ansaldo Energia, imbarcata sulla nave cargo Happy River, ha terminato il lungo viaggio via mare che l’ha portata a Venezia, nella centrale Edison di Marghera. Dietro a un miraggio c’è sempre un miraggio da considerare, come del resto alla fine di un viaggio c’è sempre un viaggio da ricominciare... Inizia così una nota canzone di Francesco De Gregori. Ma questa volta non si tratta di un miraggio, anzi... Soprannominata Monte Bianco in quanto top europeo per potenza e per le sue imponenti dimensioni - 500 e passa tonnellate per oltre 13 metri di lunghezza - la GT36 di Ansaldo Energia ha circumnavigato la Penisola e dopo tre giorni in mare è stata accolta nella centrale veneziana di Edison. Questa turbina, nella versione 50Hz, raggiunge i 538 MW di potenza: con la sua attività è in grado supportare il consumo di energia elettrica di quasi 250.000 appartamenti. Interamente prodotta negli stabilimenti Ansaldo Energia di Genova, è la conferma di come in Italia ci siano ancora realtà industriali in grado di competere a livello mondiale, con progetti che saranno determinanti per lo sviluppo del nostro Paese. Ma anche una ulteriore dimostrazione che per fare investimenti di tale portata - la Monte Bianco è la macchina più potente del portafoglio prodotti di Ansaldo Energia e la più grande turbina a gas mai costruita in Italia - serve la capacità di fare sistema. Capacità di unire le forze e competenze che è stata necessaria anche per il suo trasferimento dalla Liguria al Veneto. Fagioli Spa, azienda leader nei trasporti speciali, si è occupata delle operazioni logistiche e del viaggio dagli stabilimenti Ansaldo Energia verso il porto di Genova, iniziato all’alba del 10 dicembre e avvenuto su 16 assi affiancati da carrelli. Giunta in banchina, è stata issata - grazie a due gru capaci di sollevare fino a 400 tonnellate - sulla nave cargo Happy River dell’armatore olandese BigLift Shipping, su cui è stato imbarcato anche il diffusore, un componente a valle della turbina stessa, del peso di 110 tonnellate. Solo per dare un’idea delle dimensioni e degli ingombri, la GT36 posta in verticale sarebbe alta quanto una palazzina di quattro piani; dal momento che questa maxi turbina è nata sotto il nuovo Ponte San Giorgio… ne servirebbero tre, impilate una sopra l’altra, per raggiungere l’altezza del nuovo ponte. “Abbiamo l’acqua a due passi dall’azienda – ha dichiarato Marco Bucci, sindaco di Genova - abbiamo un molo fatto apposta per Ansaldo Energia, abbiamo le capacità tecniche: tutto questo non c’è da altre parti ed è uno dei vanti del nostro porto e del nostro sistema logistico”. Arrivata a destinazione la Monte Bianco, che grazie a un sistema a combustione sequenziale tecnicamente è già predisposta per bruciare miscele di metano e idrogeno fino al 50 per cento, alimenterà il nuovo ciclo combinato Edison a Marghera Levante, che diventerà così l’impianto termoelettrico più efficiente d’Europa. E partiamo, partiamo, non vedi che siamo partiti già? E andiamo a Genova coi suoi svincoli micidiali… O a Venezia che sogna e si bagna sui suoi canali Massimo Ventura

  • Gerbeti (AIEE): “Climate change, ora comincia la parte difficile”

    “Dopo un periodo duro, sembra esserci qualche buona notizia. In Europa è arrivato il vaccino per il Covid-19 e Biden, neoeletto presidente USA, ha promesso di firmare l’Accordo di Parigi. Sembra che si siano trovate le soluzioni per risolvere due grandi problemi globali: la pandemia e il cambiameneto climatico”. “In realtà, credo che sfortunatamente le cose siano leggermente diverse e che dopo un anno in cui ogni cosa è rimasta in sospeso, ora comincia la parte difficile”. Così Agime Gerberti, presidente del comitato scientifico di AIEE, in apertura del quinto Energy Symposium organizzato dall’Associazione Italiana Economisti dell’Energia in collaborazione con SDA Bocconi School of Management. Nel corso della sessione inaugurale della conferenza, una tre giorni dal titolo Current and future challenges to energy security ‐ Energy perspectives beyond Covid-19 ‐ la presidente Gerbeti ha toccato i temi energetici del momento, partendo dalla situazione degli dagli Stati Uniti. “Biden certamente avrà rapporti più cordiali con l’Europa rispetto al suo predecessore, ma se qualcuno crede che stia per cominciare un percorso comune tra US e UE sul tema dell’energia, si sbaglia”. E anche sul tema della sicurezza energetica dell’EU, la partita comincia ora. “Come Europa, dobbiamo combattere su due fronti; uno interno e uno esterno. Sul fronte domestico è assolutamente necessario che ci sia una crescente integrazione energetica, sia a livello delle infrastrutture sia di obiettivi”. Per raggiungere questa piena integrazione, continua Gerbeti, è necessario un enorme sforzo di comunicazione. “Non possiamo lasciare i governi dei singoli Stati membri da soli a informare i propri cittadini sui vantaggi della decarbonizzazione, dal momento che gli svantaggi della mancata decarbonizzazione saranno evidenti solo nel lungo periodo. È molto difficile comunicare i vantaggi di un processo in azione”. Quindi, senza una visione comune europea, così come è avvenuta una prima defezione sulle politiche dell’immigrazione - si pensi alla Brexit - c’è il rischio che ne avvenga una seconda, con costi enormi sulla transizione energetica. Anche per la decarbonizzazione serve una voce unica europea. L’Europa dovrebbe comportarsi sempre più come un unico negoziatore nell’acquisto di energia, un unico soggetto con una visione unitaria. “Permettendo ai singoli Stati di negoziare i propri acquisti energetici - conclude Gerbeti - li si espone a un minore potere contrattuale e li si mette in competizionetra loro, distruggendo in questo modo il progetto di una Europa unita”. In mancanza di un’unica voce europea nel mercato globale dell’energia, anche l’ambizioso programma di decarbonizzazione rimarrà un impegno da rispettare solo per il settore industriale e senza un vero impatto sulle emissioni globali.

  • Clima, a rischio anche la salute mentale

    L’avanzamento costante del cambiamento climatico può essere causa dell’aumento delle condizioni di disagio psichico. Tra gli effetti meno noti e spesso trascurati del climate change ci sono, infatti, anche gli impatti sulla salute mentale. Una omissione non casuale, che andrebbe fatta risalire a un diffuso pregiudizio per cui la malattia psichica è considerata meno reale rispetto a una fisica. L’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) stima un aumento di 250.000 morti in eccesso ogni anno tra il 2030 e il 2050 a causa degli impatti dei cambiamenti climatici, diretti e indiretti, che includono morbilità e mortalità legate al calore, aumento delle malattie trasmesse da vettori (ad esempio febbre dengue, malaria), aumento delle malattie respiratorie e morbilità e mortalità dovute a eventi meteorologici estremi. Il climate change può influenzare la salute mentale in molti modi. Siccità, inondazioni, innalzamento del livello del mare, aumento della temperatura possono produrre - attraverso mediatori di varia natura - un crescente disagio psichico. Una analisi dettagliata sugli lavori condotti in tema di relazione tra disastri e impatti sulla salute mentale ha rilevato che, in 36 studi svolti, tra il 7 e il 40 per cento di tutti i soggetti esaminati mostravano una qualche forma di psicopatologia. Le ondate di calore, in particolare, sono state spesso associate a disturbi mentali e comportamentali. Tra l’altro è stato riconosciuto che esiste una relazione tra aumento delle temperature e comportamenti aggressivi. Durante i mesi più caldi, infatti, è stato osservato un aumento dei tassi di criminalità e aggressività, nonché un aumento dei suicidi. Nei fatti i disturbi mentali legati al climate change peggiorarono nel tempo; ad esempio, il tasso di disturbo da stress post-traumatico - causato nel 2005 dall’uragano Katrina nello Stato della Louisiana - passò dal 14,9 per cento otto mesi dopo il disastro al 20,9 per cento un anno dopo.

  • Il diritto di contare… le ore di lavoro smart!

    Una proposta di legge europea per evitare di portarsi il lavoro a casa Vi ricordate il video della BBC in cui l’intervistato viene interrotto dall’entrata in scena (o in questo caso nell’inquadratura) di moglie e figli? Robert E. Kelly, analista politico americano, è diventato famoso nel 2017 per le sue disavventure familiari e lavorative: nel pieno della diretta sull’impeachment della presidente della Corea del Sud, nella stanza dove si trovava è apparsa saltellando una bambina, poi un bambino nel girello e infine la madre per cercare di farli uscire, il tutto nell’imbarazzo sempre più profondo del soggetto ripreso. Il filmato degno dei migliori sketch di Stanlio e Ollio ha fatto il giro del mondo in poche ore. Oltre a far sorridere, il video fa anche pensare a quel fenomeno che si è imposto velocemente nell’ultimo anno - lo smart working - che dovrebbe conciliare le richieste del mercato con la vita privata dei dipendenti, rendendo tutto molto più semplice. Il signor Kelly potrebbe giustamente dissentire...! Effettivamente con una tecnologia onnipresente e una connessione internet sempre attiva ci si aspetta che tutti siano costantemente online e disponibili: se ti mando una email/messaggio/WhatsApp con un compito, sicuramente lo leggerai immediatamente e comincerai a lavorarci prima di subito. E le call (termine che in inglese indica la telefonata e che invece in italiano, non si sa bene il perché, comprende ogni tipo di comunicazione orale con uso di mezzi digitali, che siano chiamate, videochiamate, riunioni...) non valgono come attività lavorative, quindi non è un problema fissarne nove in una giornata di cui un paio dopo cena, no? Fortunatamente in Europa ci si è accorti da tempo che è necessario tutelare i lavoratori, come previsto dalla Direttiva sul Tempo Lavorativo dei 2003 che definisce le ore minime di riposo necessarie alla salvaguardia della salute della persona. Alcuni tra i 20 Pilastri Europei dei Diritti Sociali si occupano proprio del giusto bilanciamento tra vita lavorativa e privata, oltre ad assicurarsi che l’ambiente lavorativo sia sicuro, salutare e adatto alle esigenze. In Italia siamo un po’ indietro, se prendiamo come riferimento il milanese imbruttito, stereotipo dell’impegnato uomo d’affari che produce in continuazione senza fermarsi, è dipendente dagli aggiornamenti continui e la cui soddisfazione maggiore consiste nel veder crescere i kappa – guadagni, in gergo. Perché “la vita è dura se non si fattura”. Tutto questo a discapito del giargiana di turno (dispregiativamente, tutti coloro che vivono al di fuori della circonvallazione. È un giargiana sia uno di Benevento quanto uno di Bollate), eternamente sottopagato e che vive di mandarini mangiati in fretta davanti al computer. L’accelerazione nello smart working portata dal Covid-19 ha messo in allarme il Parlamento Europeo, tanto che la Commissione si esprimerà a breve sulla proposta di legge sul diritto a disconnettersi. Con 476 voti a favore, 126 contrari e 83 astenuti - forse questi membri parlamentari erano in multitasking e non erano attenti all’argomento trattato? – si chiede di garantire ai lavoratori la possibilità di prendersi le “giuste pause” dai devices a termine degli orari di lavoro senza incorrere in critiche, recriminazioni o altri tipi di discriminazioni da parte di colleghi e capoufficio. Perché tanto interesse per smart working e ai suoi effetti? Secondo una ricerca di EuroFound fatta ad aprile 2020, con la pandemia lo smart working è aumentato del 30%, quindi sono tante le persone che si sono trovate improvvisamente a gestire il proprio incarico da casa, spesso in situazioni sfavorevoli (figli piccoli in giro per casa, con il signor Kelly; spazi ristretti con tante persone che devono parlare al telefono; rallentamento delle operazioni e nelle task...). E passare dall’ufficio a casa non è facile come cliccare un pulsante, in quanto l’abitazione ha dei ritmi diversi (preparare il pranzo, rispondere al postino, spiegare la consegna al collega per telefono e non dal vivo…). Il 27% delle persone che lavorano da casa ha dichiarato di aver lavorato durante le ore di tempo libero. Ed essere sempre online ha i suoi lati negativi, eccome se ne ha: le lunghe ed estenuanti ore connessi portano allo sviluppo di ansia, depressione, sindrome da burn-out e altre problematiche psicologiche e fisiche. Se si tutelano i lavoratori in ufficio, perché non tutelarli ora che il luogo di lavoro è diventato la casa? La legge proposta sarebbe la prima nel suo genere, dato che ad oggi non ci sono regolamentazioni specifiche sulla necessità di “staccare” dai mezzi tecnologici usati per lavorare. Forse in questo modo lo smart working diventerà degno del nome che porta, smart, ossia furbo, e non essere semplicemente lavoro compiuto da remoto senza regole. Matilde Rosini

  • Le opportunità delle imprese nella transizione energetica

    Riduzione delle emissioni di gas climalteranti, decarbonizzazione e sostenibilità ambientale. Anche - e soprattutto - il settore produttivo è chiamato a mettere a terra tutte quelle innovazioni tecnologiche disponibili per promuovere un nuovo modello industriale atto a raggiungere gli obiettivi del PNIEC e, nel contempo, generare sviluppo economico. Al tema è dedicata la monografia di RSE - Ricerca sul Sistema Energetico L’industria efficiente. Le opportunità delle imprese nella transizione energetica, edita all’interno della collana RSEview. Lo studio di RSE indaga proprio il ruolo che il Piano Nazionale Transizione 4.0 – già Impresa 4.0 – può ricoprire quale strumento efficace per accompagnare la transizione delle imprese nella direzione di un’auspicata sostenibilità, sviluppo economico e minor consumo di risorse. Frutto dell’esperienza maturata proprio nel campo dell’efficienza energetica nel settore industriale da RSE, la monografia ha nel confronto e l’interconnessione tra competitività e sostenibilità, Sistema Paese e mondo delle imprese, la sua chiave di lettura. Anche attraverso l’analisi di alcune interessanti case history, L’i-ndustria efficiente evidenzia così il forte coinvolgimento di realtà produttive di piccola e media taglia, che costituiscono l’ecosistema imprenditoriale italiano, e l’alto grado di complementarità tra investimenti in tecnologia e in capitale umano. “Assisteremo – scrive nella premessa Maurizio Delfanti, AD di RSE – a profonde modifiche strutturali dei modelli d’impresa, delle competenze richieste, dell’utilizzo delle risorse e dei loro relativi costi e prezzi, le cui ripercussioni sul mondo produttivo e sui cittadini varieranno in funzione della capacità di saper governare e accompagnare tale trasformazione con opportune politiche industriali e misure di supporto”.

  • In Inghilterra l’industria del prossimo futuro sarà green

    Non solo Brexit. La Gran Bretagna ha avviato un ambizioso Piano per una rivoluzione industriale verde. Delineato nell’Energy White Paper il progetto del governo inglese prevede di ridurre le emissioni dell’industria, dei trasporti e degli edifici di 230 milioni di tonnellate entro il 2030, supportando al contempo la creazione di 220.000 posti di lavoro nei prossimi 10 anni. Tra gli altri obiettivi al 2030, il Piano prevede 40 GW di eolico offshore, la produzione di 5 GW di idrogeno e il finanziamento di 1 miliardo di sterline in uno impianto di stoccaggio all’avanguardia per la cattura del carbonio in quattro cluster industriali. Inoltre, il governo ha stanziato altri 8 milioni di sterline per sei progetti in aree del Regno Unito con un’elevata concentrazione di attività industriali, nel tentativo di creare entro il 2040 la prima zona industriale a emissioni nette zero del mondo. In queste aree, le industrie ridurranno collettivamente le loro emissioni di anidride carbonica utilizzando fonti di energia rinnovabili e nuove tecnologie per la cattura del carbonio.

  • 450 GW da FER entro il 2030: è questo l’obiettivo dell’India

    Nel 2018 per la prima volta, secondo un rapporto dell’International Energy Agency, gli investimenti indiani nell’energia solare hanno sorpassato quelli verso i combustibili fossili. L’India, che ha attualmente 136 GW di capacità di generazione di energia rinnovabile, punta a raggiungere l’obiettivo di 220 GW entro il 2022. Negli ultimi 6 anni, gli investimenti nel settore delle energie rinnovabili sono stati paria circa 5 milioni di rupie e solo quest’anno sono stati finanziati nuovi progetti per circa 60 GW. Il Governo indiano prevede di raggiungere entro il 2030 i 450 GW di energie rinnovabili, con investimenti pari a 20 miliardi di dollari l’anno. Per questo ambizioso traguardo è in fase di costruzione nello stato occidentale di Gujarat un grande parco “tutto rinnovabile” che conterrà fotovoltaico, eolico e unità di accumulo. Esteso su un’area di 72.600 ettari (quasi quanto quella su cui sorge Singapore), secondo il Primo Ministro sarà la realizzazione più grande al mondo.

  • Il Portogallo a un passo dal phase out dal carbone

    Dopo 35 anni di esercizio, il 14 gennaio è stata chiusa la centrale elettrica a carbone di Sines da 1.296 MW, la più grande del Portogallo. Dopo una prima fase di disattivazione, lo smantellamento dell’impianto di EDP (Energias do Portugal) durerà circa cinque anni. Prevista in un primo momento nel 2023, questa chiusura anticipa quella dell’altra centrale a carbone ancora in funzione - prevista per novembre 2021 - che farà diventare il Portogallo il quarto paese in Europa, dopo Belgio, Austria e Svezia, ad aver eliminato completamente il carbone nella produzione di energia elettrica. Contestualmente, in linea con gli impegni di decarbonizzazione e di transizione energetica del Pese, EDP Renováveis grazie a un finanziamento di 47 milioni di euro della Banca europea per gli investimenti (BEI) sta progettando nei distretti di Coimbra e Guarda la costruzione di due parchi eolici onshore con una capacità nominale totale di 125 MW. I due parchi eolici di Tocha II, con una capacità di 33 MW, e Sincelo, con una capacità di 92 MW, si prevede possano creare circa 560 posti di lavoro durante la fase di costruzione e, una volta operativi, contribuiranno al raggiungimento degli obiettivi del Piano energia e clima del Portogallo, che prevede entro il 2030 il 47 per cento di consumi energetici provenienti da fonti rinnovabili.

  • Tpl, qualità dell’aria e Covid: Ankara entra a far parte delle Green City

    Verde ma non verdissimo. Grazie al finanziamento della Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo sono stati sostituiti centinaia di autobus nella città turca. Si guarda all’ambiente e alla transizione energetica con la giusta gradualità: il diesel non è eliminato ma integrato, per migliorare il servizio pubblico dei trasporti. Un futuro migliore, e soprattutto più verde. Questa la sintesi del programma Green City dell’European Bank for Reconstruction and Development (EBRD), che stanzia fondi per lo sviluppo green a lungo termine nelle città iscritte al programma. Il primo step del piano di azione è la valutazione dei centri abitati, riferendosi a più di 35 punti chiave indicanti lo stato dell’arte della città in termini di efficienza nell’utilizzo delle risorse, fattori di rischio per il cambiamento climatico e rispetto dell’ambiente. Scopo del programma è di preservare la qualità l’ambiente (acqua, aria e biodiversità) e usarne le risorse in modo sostenibile; mitigare le conseguenze negative del cambiamento climatico e assicurarsi che le politiche ambientali mirino al benessere sociale ed economico dei residenti. Ne fanno già parte diverse città della Romania, dell’Ucraina, dell’Egitto, della Moldova, della Polonia. Anche la Turchia non è nuova a forme di collaborazione con EBRD: ci sono già 329 progetti in corso, per un totale di più di 12 miliardi investiti. Smirne (o Izmir, in turco) ha preso parte al programma nell’aprile 2019 diventando la prima città del Paese della mezzaluna a entrare nelle Green City. Col tempo la famiglia si è allargata e quest’anno anche la capitale Ankara si è aggiudicata uno stanziamento di 57 milioni di euro a sostegno della compagnia di trasporto pubblico EGO (Electricity, Gas and Bus Operation Organization). Gli autobus a diesel attualmente utilizzati saranno sostituiti con 254 autobus a CNG, gas naturale compresso, e l’installazione di una stazione di rifornimento. Arvid Tuerkner, amministratore delegato di EBRD per la Turchia, ha commentato favorevolmente il cambiamento: “Mi complimento con la municipalità per aver aderito al programma Green City di EBRD e per aver promosso una soluzione verde per rinnovare il parco autobus. Crediamo che questa transizione sarà la prima di molte altre che avverranno ad Ankara. Ci auguriamo che la nostra cooperazione attiri altri investitori interessati al futuro green della città”. Il progetto si sposa felicemente con gli obiettivi europei di decarbonizzazione previsti per il 2030, con la riduzione del 55 per cento delle emissioni di gas serra. Interessante notare come anche ad Ankara la sostituzione dei mezzi a gasolio avverrà gradualmente, con l’integrazione di 28 nuovi autobus a diesel Euro 6 oltre a quelli a gas naturale già citati. Riduzione delle emissioni sì, ma intelligentemente; tenendo conto di tutte le risorse rinnovabili disponibili e senza additare il diesel come male del Pianeta. Matilde Rosini

  • Più elettricità (e solo 15 blackout l’anno) nel futuro del Bangladesh

    Uno dei Paesi dell’Asia meridionale che sta assistendo a un rapido sviluppo della propria economia è il Bangladesh: con una crescita annua di oltre il 7,5 per cento negli ultimi tre anni, lo stato asiatico si sta anche rapidamente urbanizzando. Si stima che entro il 2025 quasi la metà della sua popolazione vivrà nelle aree urbane; un processo che dovrà essere necessariamente affiancato da un miglioramento della rete elettrica, in un Paese dove ancora il 22 per cento circa della popolazione non ha accesso all’energia. Proprio per soddisfare la crescente domanda energetica, generata principalmente da una rapida industrializzazione e urbanizzazione, il governo del Bangladesh ha attivato alcuni programmi di sviluppo del territorio, tra cui il Bangladesh Power System Upgrade and Expansion Project. Il progetto, che ha l’obiettivo di aumentare l’accesso all’elettricità e migliorare l’efficienza dei servizi, ha ricevuto un prestito di 200 milioni di dollari (179 milioni di euro) dall’Asian Infrastructure Investment Bank (AIIB). Attraverso gli interventi in programma si prevede di migliorare l’efficienza sia nella produzione sia nella capacità di distribuzione, e di aumentare il numero di consumatori di energia elettrica nelle zone rurali e urbane. Entro il 2025 si dovrebbe così arrivare a ridurre a 15 (dalle 60 odierne) il numero annuale di interruzioni di corrente, limitare le perdite di trasmissione al 2,5 per cento (dal 2,8 per cento) e realizzare 408 chilometri di nuove linee. Tutto questo avrà anche un impatto ambientale positivo, poiché otterrà un taglio delle emissioni medie annue di anidride carbonica di oltre 455.000 tonnellate.

  • Investimenti arabi nell’eolico polacco per dare l’addio al carbone

    Il 2025 è ormai dietro l’angolo e gli Stati europei devono accelerare il passo nel processo di decarbonizzazione, se vogliono raggiungere i traguardi imposti dal Green Deal e dai singoli Piani nazionali sull’energia e sul clima. Passo che diventa quasi una corsa a ritmo sostenuto per quei Paesi, come la Polonia, fortemente dipendenti dal carbone. Proprio per sostenere la transizione energetica del Paese baltico, la Banca Europea per la Ricostruzione e Sviluppo (BERS) ha annunciato un prestito di 26 milioni di euro (117 milioni di zloty polacchi) per la costruzione di due parchi solari nel nord-est del Paese. Il progetto, da 51,4 MW di capacità installata totale, sarà realizzato da una joint venture tra Taaleri SolarWind Fund II, fondo finlandese gestito da Taaleri Energia, e Masdar - Abu Dhabi Future Energy Company, una delle principali società mondiali di energia rinnovabile. Il parco eolico Mlawa, da 37,4 MW nel nord della Polonia, e il parco eolico Grajewo, da 14 MW nel nord-est, dovrebbero essere completati entro la fine del 2021 e produrranno elettricità sufficiente per soddisfare il fabbisogno energetico di 90.000 famiglie, contribuendo inoltre a ridurre le emissioni di CO2 di circa 126.000 tonnellate l’anno. Oltre ai due progetti in Polonia, Masdar e Taaleri Energia sono partner del parco eolico Čibuk 1 da 158 MW in Serbia e del Baynouna Solar Energy Project, un impianto solare fotovoltaico da 200 MW in Giordania, che una volta ultimato sarà il più grande del Paese.

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